Spesa ricerca università Italia 2026: confronto UE in % PIL
L’Italia destina circa l’1,39% del PIL alla ricerca e sviluppo (GERD), un valore nettamente inferiore alla media europea del 2,24% e lontanissimo dall’obiettivo UE del 3%. Nel 2026, l’esaurimento progressivo dei fondi PNRR rischia di ricondurre la spesa pubblica per la ricerca universitaria sotto la soglia dello 0,5% del PIL, dopo che gli investimenti straordinari avevano spinto il dato verso lo 0,7%. Le università italiane 2026 in cifre MUR mostrano un sistema sotto pressione finanziaria strutturale.
Il GERD italiano: quanto spende davvero l’Italia in R&S
Il GERD (Gross Domestic Expenditure on R&D) misura la spesa totale interna lorda per ricerca e sviluppo in rapporto al PIL. L’Italia, con un GERD dell’1,39% nel periodo 2022-2023, si colloca nella fascia bassa europea, superata non solo dai paesi scandinavi e dall’Europa centrale, ma anche da Francia e Spagna.
La composizione della spesa italiana è particolarmente sbilanciata verso il settore privato: le imprese italiane contribuiscono per circa il 65% del totale, le università per il 20% e il settore governativo per il 15%. Questo profilo differisce significativamente da paesi come la Germania, dove la quota universitaria è più elevata in termini assoluti.
| Componente della spesa R&S | Quota % sul totale GERD | Variazione 2020-2023 |
|---|---|---|
| Settore privato (imprese) | ~65% | +8,2% |
| Università e enti pubblici di ricerca | ~20% | +12,4% (grazie PNRR) |
| Governo e amministrazioni | ~15% | +3,1% |
I dati più recenti sono pubblicati dall’Eurostat e dall’OCSE attraverso il database MSTI. Per il 2024-2025, le stime preliminari confermano la stagnazione strutturale della spesa pubblica, bilanciata da un aumento degli investimenti privati in settori ad alta tecnologia come farmaceutica, automotive e ICT.
Il confronto europeo: chi investe di più
Nel 2024, le assegnazioni UE per R&S hanno rappresentato lo 0,71% del PIL europeo. La Germania si conferma il principale investitore con 44,9 miliardi di euro (pari al 35% del totale UE), seguita da Francia con 18,9 miliardi, Italia con 13,5 miliardi e Paesi Bassi con 9,7 miliardi.
| Paese UE | Spesa R&S 2024 (mld €) | GERD % PIL | Obiettivo 3% PIL |
|---|---|---|---|
| Germania | 44,9 | 3,17% | Superato |
| Svezia | ~16,0 | 3,40% | Superato |
| Belgio | ~7,5 | 3,18% | Superato |
| Austria | ~7,4 | 3,26% | Superato |
| Francia | 18,9 | 2,19% | Sotto obiettivo |
| Paesi Bassi | 9,7 | 2,30% | Sotto obiettivo |
| Spagna | ~8,5 | 1,60% | Sotto obiettivo |
| Italia | 13,5 | 1,39% | Sotto obiettivo |
| Media UE-27 | – | 2,24% | Sotto obiettivo |
L’obiettivo del 3% del PIL per la spesa in R&S era stato fissato dalla Strategia di Lisbona nel 2000. A distanza di oltre vent’anni, solo un gruppo ristretto di paesi UE lo ha raggiunto: Germania, Svezia, Belgio, Austria, Danimarca e Finlandia. L’Italia resta a quasi due punti percentuali di distanza dall’obiettivo, nonostante gli investimenti PNRR del quinquennio 2021-2026.
Per capire il confronto con i sistemi di dottorato europei, si rimanda ai dati di altri paesi: confronta con i dati spagnoli sui dottorati e il loro finanziamento, che evidenziano un approccio regionale significativamente diverso. Sul versante portoghese, vedi le statistiche FCT portoghesi sulle borse di dottorato. In Francia, il dottorato francese e il suo finanziamento nel 2026 mostrano un modello basato su contratti di lavoro retribuiti.
La spesa universitaria: FFO e fondi competitivi
Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è la principale fonte di finanziamento pubblico per le università italiane e rappresenta la base su cui si costruisce la capacità di ricerca degli atenei. Dopo alcuni anni di incrementi in termini reali, il FFO è tornato al livello del 2000 e le proiezioni per il 2026-2027 indicano un’ulteriore riduzione in termini reali a causa dell’inflazione.
A questo si aggiunge il sistema dei fondi competitivi: PRIN (Progetti di Ricerca di Interesse Nazionale), FIRB, fondi ERC e altri strumenti europei. Il numero docenti universitari per ruolo nell’anno 2026 riflette direttamente la capacità degli atenei di attrarre e trattenere talenti per la ricerca, un dato strettamente correlato alle disponibilità finanziarie.
| Fonte di finanziamento | Importo indicativo 2024 (mld €) | Trend 2026 |
|---|---|---|
| FFO (Fondo Finanziamento Ordinario) | ~7,2 | Stabile/decrescente in termini reali |
| PNRR – Missione 4 | ~4,5 (totale 2021-2026) | Esaurimento progressivo da 2026 |
| Fondi europei (Horizon Europe) | ~1,2 (quota italiana) | Crescente |
| PRIN e fondi competitivi nazionali | ~0,5 | Stabile |
| Contributi privati e fondazioni | ~0,8 | Crescente |
I dati sul finanziamento della ricerca universitaria sono monitorati dal Ministero dell’Università e della Ricerca (MUR) e dall’ANVUR attraverso i rapporti periodici sullo stato dell’università italiana.
Il PNRR e il suo impatto sulla ricerca 2021-2026
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) ha rappresentato uno stimolo eccezionale per la ricerca universitaria italiana nel quinquennio 2021-2026. La Missione 4 del PNRR, dedicata all’istruzione e alla ricerca, ha destinato oltre 30 miliardi di euro al sistema universitario e della ricerca, di cui una quota significativa per:
- 18.770 nuove borse di dottorato (726 milioni di euro, DM MUR n. 117/2023)
- Reclutamento di oltre 5.000 nuovi ricercatori e ricercatrici
- Finanziamento degli ecosistemi di innovazione e delle partnership estese
- Infrastrutture di ricerca e potenziamento degli IRCCS
Il collegamento tra spesa per la ricerca e qualità dei risultati è evidenziato dai dati della VQR 2025-2028 ANVUR, che misura la produzione scientifica degli atenei italiani e la utilizza come base per la distribuzione quota premiale del FFO. Gli atenei con migliori performance nella VQR ottengono quote maggiori di finanziamento, creando un circolo (potenzialmente) virtuoso tra qualità della ricerca e investimento.
Tuttavia, l’esaurimento del PNRR a partire dal 2026 pone un problema strutturale: come garantire continuità alle posizioni di ricercatore attivate con fondi straordinari? Molti atenei stanno già affrontando questa transizione, cercando di convertire i contratti di ricercatori PNRR in posizioni strutturali o di proseguire il reclutamento attraverso i fondi Horizon Europe.
Il divario regionale nella spesa per la ricerca
Il divario Nord-Sud nell’investimento in ricerca universitaria è uno dei dati strutturali più persistenti del sistema italiano. Gli atenei del Nord e del Centro concentrano la quota maggiore delle risorse per la ricerca, sia per capacità di attrazione di fondi competitivi che per dotazione strumentale.
| Area geografica | Quota % spesa ricerca universitaria nazionale | Principali atenei di riferimento |
|---|---|---|
| Nord-Ovest | ~30% | PoliMi, Bocconi, Torino, Genova |
| Nord-Est | ~25% | Bologna, Padova, Venezia, Trento |
| Centro | ~28% | Sapienza, Tor Vergata, Firenze, SNS |
| Sud e Isole | ~17% | Federico II, Bari, Palermo, Catanzaro |
Il PNRR ha tentato di correggere parzialmente questo squilibrio allocando il 40% delle borse di dottorato innovativo (DM n. 117/2023) agli atenei del Mezzogiorno. Questa misura strutturale mira a rinforzare la base della ricerca nelle regioni meridionali, storicamente penalizzate dalla migrazione dei talenti verso il Nord Italia e verso l’estero.
Il dato sulla spesa regionale è monitorabile attraverso il portale statistico USTAT del MUR, che pubblica serie storiche dettagliate sulla distribuzione delle risorse per ateneo e per area geografica.
Docenti e ricercatori: il dato pro-capite
La spesa per la ricerca universitaria deve essere letta anche in rapporto al numero di docenti e ricercatori strutturati. L’Italia conta complessivamente circa 60.000 docenti e ricercatori a tempo indeterminato nelle università statali, con una distribuzione che vede i professori ordinari concentrati negli atenei di maggior tradizione e dimensione.
La spesa pro-capite per ricercatore nelle università italiane risulta inferiore alla media europea, con un impatto diretto sulla capacità dei singoli ricercatori di condurre attività sperimentale, acquisire strumentazione e finanziare assegnisti e dottorandi. I dati per categoria di ruolo sono analizzati nel dettaglio nell’articolo sul numero docenti universitari per ruolo.
La situazione si fa più critica se si considera la piramide demografica del personale universitario: l’età media dei professori ordinari in Italia supera i 58 anni, segnalando un problema di ricambio generazionale che il PNRR ha tentato di affrontare con programmi straordinari di reclutamento.
Prospettive 2026: rischi e opportunità
Il 2026 rappresenta un anno cruciale per la ricerca universitaria italiana per due ragioni principali: l’esaurimento del PNRR e la nuova programmazione del Fondo Strutturale Europeo per il ciclo 2028-2034. Nel breve termine, gli atenei che hanno assunto ricercatori con fondi straordinari si trovano di fronte alla sfida di garantirne la continuità.
Le opportunità provengono principalmente da Horizon Europe (programma UE 2021-2027) e dai suoi successori, da accordi bilaterali con industria e fondazioni, e dalla crescente internazionalizzazione degli atenei italiani. I dati del dati MUR sulle università italiane 2026 mostrano comunque una tenuta complessiva del sistema, nonostante le pressioni finanziarie.
Per il confronto con la performance di ricerca degli atenei, si rimanda ai risultati della VQR 2025-2028 ANVUR, pubblicati a cadenza periodica dall’Agenzia Nazionale di Valutazione del Sistema Universitario e della Ricerca.
L’OECD monitora la spesa in istruzione superiore e ricerca attraverso il report annuale “Education at a Glance”, consultabile sul sito ufficiale OCSE. L’edizione 2025 conferma il posizionamento dell’Italia nella fascia bassa europea per investimento pubblico nell’istruzione superiore, con il paese al terzultimo posto nell’UE per quota di PIL destinata all’istruzione.
Domande frequenti
Qual è la percentuale del PIL che l’Italia destina alla ricerca nel 2026?
L’Italia destina circa l’1,39% del PIL alla ricerca e sviluppo (GERD), secondo i dati Eurostat 2022-2023. Questo valore era aumentato temporaneamente verso lo 0,7% per la componente pubblica grazie al PNRR, ma con l’esaurimento di questi fondi nel 2026, il dato pubblico rischia di ridiscendere verso la soglia strutturale dello 0,5% del PIL.
Come si colloca l’Italia rispetto alla media europea nella spesa per la ricerca?
L’Italia (GERD 1,39%) si colloca al di sotto della media UE del 2,24% e lontana dall’obiettivo del 3% fissato dalla Strategia di Lisbona. Nell’UE, paesi come Germania (3,17%), Svezia (3,40%) e Belgio (3,18%) hanno già superato l’obiettivo. L’Italia spende in R&S circa 13,5 miliardi di euro, contro i 44,9 miliardi della Germania.
Quanto ha investito il PNRR nella ricerca universitaria italiana?
La Missione 4 del PNRR ha destinato oltre 30 miliardi di euro all’istruzione e ricerca. Specificamente per i dottorati, il MUR ha stanziato 726 milioni di euro per 18.770 nuove borse (DM n. 117/2023). Il PNRR ha permesso di reclutare oltre 5.000 nuovi ricercatori, un effetto che però si esaurirà con la chiusura del programma nel 2026.
Cos’è il FFO e perché è importante per la ricerca universitaria?
Il Fondo di Finanziamento Ordinario (FFO) è il principale trasferimento statale alle università italiane e copre salari, strutture e attività di ricerca ordinaria. In termini reali, il FFO è tornato ai livelli del 2000, evidenziando un sotto-investimento strutturale. Una quota premiale del FFO (circa 28%) è distribuita in base ai risultati VQR e alla qualità della ricerca.
Le università del Sud Italia ricevono meno fondi per la ricerca?
Sì, esiste un divario strutturale: gli atenei del Sud concentrano solo circa il 17% della spesa universitaria per la ricerca, contro il 55% del Nord. Il PNRR ha tentato di correggere questo squilibrio riservando il 40% delle borse di dottorato innovativo (13.292 per l’a.a. 2023-2024) agli atenei del Mezzogiorno.
Quali sono le università italiane con più investimenti in ricerca?
Le università con maggiore capacità di attrazione di fondi competitivi per la ricerca sono Politecnico di Milano, Università di Bologna, Sapienza Università di Roma, Università di Padova e Scuola Normale Superiore di Pisa. Queste realtà attraggono la quota maggiore di finanziamenti ERC, Horizon Europe e PRIN a livello nazionale.
Cosa succede ai ricercatori assunti con fondi PNRR nel 2026?
Con l’esaurimento del PNRR nel 2026, gli atenei devono garantire la continuità delle posizioni attivate con fondi straordinari. Molte università stanno tentando di convertire i contratti in posizioni strutturali (ricercatori a tempo determinato di tipo B o professori associati), ma la capacità di farlo dipende dalle disponibilità del FFO e dai punti organico disponibili.
L’Italia ha mai raggiunto l’obiettivo del 3% del PIL per la ricerca?
No, l’Italia non ha mai raggiunto l’obiettivo del 3% del PIL per la spesa in R&S fissato dalla Strategia di Lisbona nel 2000. Il valore più alto registrato è stato inferiore al 2%. Il divario strutturale rispetto a paesi come Germania e Svezia riflette tanto decisioni di politica fiscale quanto la composizione settoriale dell’economia italiana, con un peso elevato di PMI a bassa intensità tecnologica.
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