Mobilità laureati italiani all’estero 2026: dati Istat per destinazione
Nel decennio 2012-2021, oltre 120.000 giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni hanno lasciato l’Italia senza fare ritorno, mentre i rimpatri di laureati nella stessa fascia d’età sono stati circa 41.000: una perdita netta di 79.000 professionisti altamente qualificati, secondo i dati dell’Istat. Il fenomeno non accenna a rallentare: il dato provvisorio 2024 registra un record di oltre 100.000 espatri netti annuali dal paese, con i laureati che rappresentano una quota crescente del flusso.
Le dimensioni del fenomeno
Per contestualizzare i dati sulla mobilità internazionale, è utile confrontarli con il tasso di occupazione dei laureati italiani sul territorio nazionale: chi rimane in Italia trova lavoro, ma spesso con condizioni retributive e contrattuali che non corrispondono al livello del titolo di studio.
Secondo i dati Istat sull’iscrizione all’AIRE (Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero), dal 2013 al 2023 una media di 56.000 italiani all’anno ha trasferito la residenza all’estero. La quota con titolo di laurea è passata dal 18% al 26% nello stesso periodo, un segnale che il fenomeno è sempre più selettivo verso i profili più qualificati.
Nel periodo 2011-2023, circa 550.000 giovani italiani tra i 18 e i 34 anni sono emigrati, e il 43% di questi — circa 237.000 — era in possesso almeno della laurea triennale al momento della partenza, secondo l’Osservatorio dei Conti Pubblici Italiani dell’Università Cattolica.
Destinazioni principali: tabella per paese
Le destinazioni dei laureati italiani riflettono opportunità lavorative, vicinanza culturale e linguistica, e livello medio delle retribuzioni. I dati che seguono combinano le registrazioni AIRE con le stime Istat sui saldi migratori per titolo di studio.
| Paese di destinazione | Saldo netto laureati 2012-2021 (stima) | Retribuzione media settore privato (€/mese netti) | Settori principali di sbocco |
|---|---|---|---|
| Regno Unito | -22.000 | 2.800-3.500 | Finance, ICT, Ricerca universitaria |
| Germania | -18.000 | 2.600-3.200 | Ingegneria, Automotive, Chimica-Farmaceutica |
| Svizzera | -14.000 | 4.000-5.500 | Finance, Pharma, Ricerca (CERN, EPFL) |
| Francia | -11.000 | 2.200-2.800 | Gastronomia, Moda, Ricerca, Consulenza |
| Paesi Bassi | -6.500 | 2.400-3.000 | ICT, Logistica, Food tech |
| Belgio (Bruxelles) | -4.200 | 2.300-2.900 | Istituzioni UE, Consulenza, Legal |
| Spagna | -3.800 | 1.600-2.200 | Turismo, ICT startup, Ricerca |
| Canada e USA | -5.000 | 3.500-5.000 | Accademia, Tech, Medicina |
Fonti: elaborazione su dati Istat-AIRE, Eurostat Labour Force Survey e report Cotec sul brain drain.

Profilo del laureato emigrato
Chi emigra non è un profilo casuale. Dall’analisi Istat emerge che i laureati italiani che si spostano all’estero hanno caratteristiche distintive rispetto a chi rimane:
- Disciplina: le aree più rappresentate sono Ingegneria (23%), Informatica (18%), Medicina e Scienze della salute (16%), Scienze economiche (14%)
- Genere: negli ultimi cinque anni la quota femminile è cresciuta dal 38% al 44% degli emigrati laureati
- Regione di origine: Sicilia, Calabria, Campania e Sardegna registrano i tassi di emigrazione laureati più alti in rapporto agli immatricolati
- Fascia d’età: la partenza avviene prevalentemente tra i 26 e i 32 anni, spesso subito dopo la magistrale o al termine del dottorato
Il fenomeno si intreccia con quello degli Erasmus+ studenti italiani e mete: una quota significativa degli emigrati permanenti ha avuto il primo contatto con il paese di destinazione proprio attraverso l’esperienza Erasmus. Il programma funge, paradossalmente, sia da ponte internazionale sia da “apripista” per la migrazione definitiva.
I fattori di spinta: stipendi e condizioni di lavoro
Il differenziale salariale è il fattore primario. Un ingegnere informatico neolaureato guadagna in media 1.820 euro netti mensili in Italia (dati AlmaLaurea); lo stesso profilo a Londra percepisce circa 3.200 euro, a Zurigo circa 4.500. Il vantaggio si riduce considerando il costo della vita, ma rimane sostanziale anche in termini di potere d’acquisto reale.
Per chi vuole approfondire il dato salariale domestico come punto di partenza della valutazione, i stipendi laureati italiani per facoltà mostrano quanto ampio sia il divario anche all’interno del paese, prima ancora di confrontarsi con l’estero.
Oltre al salario, altri fattori strutturali alimentano la mobilità:
- Meritocrazia percepita: difficoltà di avanzamento in carriera basato su competenze anziché anzianità o reti relazionali
- Precarietà contrattuale: alta incidenza di contratti a termine e partite IVA parasubordinate nei primi anni post-laurea
- Carenza di investimenti in R&S: la bassa spesa per la ricerca in Italia rispetto all’UE riduce le opportunità per i profili scientifici avanzati
Il problema del ritorno
Le politiche di rientro dei cervelli hanno una storia lunga in Italia. Il regime fiscale “impatriati” — ex art. 16 D.Lgs. 147/2015, riformato dalla Legge 207/2024 — offre agevolazioni fiscali a chi rientra in Italia dopo almeno due anni di residenza all’estero: la detassazione al 50% del reddito per i primi 5 anni (elevabile a 6 in presenza di figli o in caso di trasferimento al Sud).
I risultati del regime impatriati sono positivi ma limitati: secondo i dati MEF, nel 2023 hanno beneficiato dell’agevolazione circa 47.000 lavoratori, di cui il 30% con titolo di dottorato o master post-laurea. Il problema è strutturale: senza miglioramenti nelle condizioni di lavoro e negli stipendi, l’incentivo fiscale temporaneo non basta a invertire il saldo migratorio dei laureati.
Confronto con altri paesi europei
L’emigrazione dei laureati non è un fenomeno solo italiano, ma l’Italia presenta alcune specificità. In Francia, i tassi di abbandono universitario francesi mostrano che la selezione avviene all’ingresso, con una quota di laureati mediamente più alta che poi rimane nel paese grazie a salari più competitivi e a un mercato del lavoro più strutturato. In Portogallo, la guida al mestrado in Portogallo rivela un sistema universitario che sta attirando studenti internazionali, parzialmente compensando l’emigrazione interna. In Spagna, le statistiche degli scambi Erasmus in Spagna documentano flussi di mobilità studentesca che in parte si traducono in rientri qualificati di spagnoli che avevano studiato all’estero — un circolo virtuoso che l’Italia fatica a replicare.
Per valorizzare la propria esperienza internazionale nel mercato del lavoro, anche per i laureati che considerano il rientro, LinkedIn vs ResearchGate per la carriera post-laurea offre una guida pratica su come posizionare il proprio profilo accademico-professionale in modo efficace.
Domande frequenti
Quanti laureati italiani emigrano ogni anno?
Secondo i dati Istat, circa 14.000-16.000 laureati italiani tra i 25 e i 34 anni si trasferiscono all’estero ogni anno. La quota di laureati sul totale degli emigrati è cresciuta dal 18% del 2012 al 26% del 2023.
Quale paese attira più laureati italiani?
Il Regno Unito, seguito da Germania e Svizzera, è il paese con il maggior saldo negativo di giovani laureati italiani nel decennio 2012-2021. Svizzera e Paesi Bassi offrono le retribuzioni più alte in termini assoluti.
Quali facoltà registrano più emigrazione?
Le discipline con maggiore propensione all’emigrazione sono Ingegneria (23%), Informatica (18%) e Medicina (16%). Sono anche le discipline con il maggiore differenziale salariale tra Italia ed estero.
Il regime impatriati aiuta i laureati a rientrare?
Parzialmente. L’agevolazione fiscale al 50% per 5 anni (riformata dalla L. 207/2024) ha attratto circa 47.000 lavoratori nel 2023, di cui il 30% con dottorato o master. Ma senza miglioramenti strutturali del mercato del lavoro, l’effetto rimane limitato.
I laureati emigrati tornano in Italia?
Solo una minoranza. Nel decennio 2012-2021, a fronte di 120.000 laureati emigrati, i rimpatri nella stessa fascia d’età sono stati circa 41.000. Il saldo negativo netto è quindi di circa 79.000 professionisti altamente qualificati.
L’Erasmus contribuisce all’emigrazione definitiva dei laureati?
Indirettamente sì. Una quota rilevante degli emigrati permanenti ha avuto il primo contatto con il paese di destinazione durante un periodo Erasmus. Il programma facilita l’integrazione culturale e linguistica che poi abbassa le barriere alla migrazione definitiva.



